Nei «padroni della vita» la fobìa dell’imperfezione di Francesco Agnoli

 

Accettiamo un bambino con malformazione? Basta il primo verbo, "accettare", con il suo opposto implicito, "non accettare", per metterci di fronte a due diverse visioni dell’esistenza.

I medici oggi fanno spesso a gara per consigliare test sulla salute dei feti, e i genitori sono pronti a perseguitare un dottore che non abbia riconosciuto, nel feto, un’imperfezione, uno "sbaglio di natura". I test genetici sui figli aumentano di continuo: ogni anno in Italia sono quasi mezzo milione, il doppio rispetto a soli sette anni fa; le diagnosi prenatali aumentano al ritmo di 5000 l’anno (Corriere 18/12/2005).

Le ecografie continuano ad aumentare: negli anni
2000-2005 il numero delle donne che hanno fatto sette o più ecografie in gravidanza è salito dal 23 al 29% (Repubblica, 11/3/2007). Poi succede come nell’anno del referendum: mentre ci promettevano la produzione di individui superiori, venne fuori la storia di due genitori liguri che avevano già un figlio, sano, e che ne volevano un altro. Ma non si fidavano più del loro amore, dell’unione naturale tra un uomo e una donna: la loro fede, ormai, era solo nella tecnica. Si rivolsero allora al dottor Luca Gianaroli, presidente della Società mondiale diagnosi pre-impianto: nacque un secondo figlio, un bambino down, gravissimo, con due grossissime malformazioni allo stomaco e al cuore (Repubblica, 19/8/2004).

La cosa più triste, forse, di quel figlio, è che era stato progettato in un certo modo ed era nato in un altro. Non un figlio, ma una delusione. Oltre alla salute, forse, partiva senza l’amore dei due genitori: il figlio atteso non coincideva col figlio preteso.

L’uomo di oggi non vuole attendere. Apparentemente è padrone della procreazione: non più, appunto, collaboratore di Dio, nel dare la vita, procreatore, ma quasi "creatore". Però questo non è nella sua natura: è come se un potere troppo grande fosse dato a chi questo
potere non sa gestire. Gli uomini che si credono creatori, ritengono di essere gli assoluti padroni della realtà, come degli ingegneri che stanno costruendo un edificio, sapendo che tutto dipende dai loro calcoli. Non accettiamo più che qualcosa ci sfugga: viviamo nell’ansia di dominare ciò che invece, non è dominabile, la vita stessa, con la sua varietà, la sua bellezza, e il suo inevitabile legame con il dolore e la morte. Siamo come gli illuministi del Settecento, ubriachi di scoperte scientifiche, e di filosofie razionaliste: tutto per loro era chiaro, tutto sarebbe stato risolto dall’uomo, a tempo e debito. Non parlavano, però, mai, del dolore, della morte, e dell’amore, troppo difficili da controllare. Del resto, come dice l’amico Loris Brunetta, capo dei talassemici liguri, «l’accoglienza comincia dalla testa, e in testa c’è un’altra idea».

Noi, oggi, diveniamo sempre più uomini del presente, assolutamente legati all’attimo, a ciò che vediamo subito dietro di noi, e a ciò che sta immediatamente dopo di noi: se più avanti c’è una curva, un imprevisto, qualcosa che non si scorge nella sua interezza, andiamo in crisi, perché ci siamo sostituiti a Dio.

Tanto poco speriamo, tanto calcoliamo, che immediatamente disperiamo. Vogliamo essere onnipotenti, onniscienti,
onnicontrollanti. In realtà siamo senza radici nella nostra storia, senza speranza, per il nostro futuro. Senza radici perché abbiamo dimenticato come è nata la nostra civiltà occidentale: da un Dio bambino, che si è affidato agli uomini, si è "fidato" di loro, lui che aveva per natura il controllo di ogni cosa, e che così ha cambiato la storia dell’uomo, soprattutto quella dei bambini. È un dato storico, infatti, che prima e al di fuori del cristianesimo, succedesse, un tempo, quello che succede oggi: i bambini malformati, oppure con semplici macchie o escrescenze di qualche tipo che indicassero un destino infausto, venivano uccisi, a Roma, a Tebe, a Sparta, in India e Cina… in tutto il mondo. Il cristianesimo pone fine a questa barbarie, e crea, di fronte al bisogno, l’unica soluzione umana, che parte da una constatazione: amare è servire. Nascono le ruote degli esposti, gli orfanatrofi e i brefotrofi, oggi i Centri di Aiuto alla Vita… La paura lascia posto alla speranza, quando l’uomo sa di non essere solo, quando conosce che c’è una forza, l’amore, che può cambiare ogni cosa, piegare ogni ostacolo, vincere contro tutto. Amor vincit omnia, diceva già Orazio. Ma oggi siamo tornati paurosi: la paura cresce, proporzionalmente alla crescita della potenza tecnologica e scientifica dell’uomo, proporzionalmente all’incapacità di sperare, di avere fiducia, di amare. Fede, speranza e carità: sono il cuore della felicità umana.

Un altro paradosso? La società del corpo, della salute fisica elevata a idolatria, la società che ci invita ad avere un controllo totale sul nostro corpo, invitandoci alla perfezione, porta ogni giorno di più i nostri ragazzi ad ammalarsi di bulimia o di anoressia, malattie del corpo; la società del sesso libero fa aumentare, sempre più, la crescita dell’impotenza o dell’anorgasmia.

E se tornassimo, come scriveva S. Pio da Pietrelcina, ad amare la nostra "abiezione"? Se tornassimo a riconoscerci creature limitate, affidandoci alla speranza, alla fiducia, all’umiltà? Certo, saremmo individualmente e collettivamente più felici… avremmo la forma mentis più giusta per affrontare il dolore e la fatica. Mi vengono in mente i poeti crepuscolari, quando dicevano di aver bevuto il «veleno dannunziano»: avevano immaginato, letto, sperato nel superuomo di D’Annunzio, e ora che il superuomo si rendevano conto che non esiste, rimanevano soli, senza speranza e senza senso, «gelidi esteti», «inaridite le fonti prime del sentimento» .

 

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