Sondaggi: diffidar non nuoce di Giacomo Lamek Lodovici

Nei mesi scorsi è uscito al cinema un (brutto) film su Alfred Kinsey, che negli anni '40-'50 promosse alcuni studi sociologici sui comportamenti sessuali degli americani. Secondo Kinsey e i suoi collaboratori molti americani praticavano varie perversioni sessuali e il 1O % era omosessuale.

Questi dati erano bugiardi e sono stati varie volte smentiti. Ad esempio, la percentuale degli omosessuali nella popolazione mondiale non è superiore all'1,5% (cfr. Gerard van Den Aardweg, The battle far normality, San Francisco 1997), nonostante ormai l'omosessualità sia stata ampiamente sdoganata, equiparata all'eterosessualità, incoraggiata e celebrata.

Si trattava di dati volutamente falsi, che non volevano fotografare
una situazione, bensì produrla. Sul Domenicale del 19 marzo, Giuseppe Romano ha ricordato il modo in cui un collaboratore di Kinsey giustificò anni dopo quella consapevole mistificazione: si stava attuando un «grande piano» che aveva lo scopo di educare il mondo ad una «nuova moralità». Del resto, lo stesso Rapporto Kinsey del 1948 dichiarava che «se le circostanze fossero state favorevoli, la maggior parte degli individui si sarebbe orientata [...] anche verso attività che adesso sembrano loro assolutamente inaccettabili». In altri termini, i rapporti Kinsey non volevano descrivere il comportamento, bensì influenzarlo. E ci riuscirono, preparando il terreno per la rivoluzione sessuale e per il femminismo che sarebbero deflagrati non molti anni dopo.

Questo esempio ci mostra che
i sondaggi di opinione di qualsiasi genere, anche quando sono onesti e scientificamente attendibili, finiscono sempre per modificare la condotta delle persone, che sono facilmente portate a conformarsi ai comportamenti più diffusi nella società. In effetti i sondaggi:

1) innescano un meccanismo di imitazione, un processo di imitazione, che nella psiche delle persone funziona più o meno così: «se gli altri si comportano così, lo voglio fare anch'io», «se la maggioranza delle persone si comporta così io mi comporterò allo stesso modo»;

2) attenuano o eliminano le remore nei riguardi dei comportamenti maggioritari: «se tutti agiscono così (se tutti
rubano, abortiscono, ricorrono alla contraccezione, ecc.), perché non dovrei farlo anch'io?»;

3) attenuano o sopprimono l'immoralità di alcuni atti: «se tutti agiscono così, vuoi dire che agire così non è moralmente sbagliato».


Questi meccanismi dei sondaggi sono stati sempre sfruttati dai radicali (coi loro dati fasulli) per realizzare la loro strategia di sovversione del senso comune, per introdurre divorzio, aborto, fecondazione artificiale, eutanasia, equiparazione del matrimonio eterosessuale alle unioni omosessuali, ecc.

Questi meccanismi sono ben noti ai politici, che cercano di orientare le votazioni diffondendo sondaggi a loro favorevoli, sia per produrre il processo emulativo del punto 1, sia per incoraggiare i propri supporters, per infondere loro quell'entusiasmo che li rende più efficaci nel convincere altre persone a votare i loro beniamini.

Anche le lobbies, i gruppi di pressione, e i
centri di elaborazione culturale sfruttano questi processi psicologici, e si avvalgono dei mezzi di comunicazione di massa per produrre l'imitazione degli stili di vita che vogliono diffondere. Ovviamente, la pubblicità sfrutta spesso questi processi, talvolta ricorrendo a testimonial famosi per incrementare l'emulazione. E, ne siano consapevoli o inconsapevoli i giornalisti e registi, i comportamenti che i giornali e i film descrivono non solo rispecchiano la realtà (quando sono veri), ma la modificano. Ad esempio, la violenza dei film o dei fatti di cronaca riportati dai giornali produce ulteriore violenza (si veda il bel libro di A. Fumagalli, in bibliografia, con alcuni esempi significativi).

Queste brevi considerazioni dovrebbero indurci, anzitutto, ad adottare un atteggiamento di estremo sospetto e cautela nei riguardi dei sondaggi.

Ma, soprattutto, dovremmo ricordarci che il bene e il male non dipendono dalla maggioranza, dal modo in cui agisce la maggior parte delle persone. Infatti, l'uomo non crea i basilari principi morali, ma li deve imparare e rispettare.

Quest'idea è espressa nell'antichissima dottrina della legge morale naturale: l'uomo è naturalmente (cioè in forza della sua natura razionale) capace di cogliere i principi morali fondamentali, i quali non dipendono da convenzioni umane,
non sono relativi alla maggioranza di un'epoca, né dipendono dalla legislazione esistente, bensì sono validi sempre, in ogni luogo e per ogni uomo.

La dottrina della legge naturale ha ricevuto nella storia della filosofia il sostegno di molti filosofi cristiani, per esempio Agostino e Tommaso d'Aquino; ha avuto una declinazione moderna, basta pensare a Locke; era sostenuta da autori e filosofi pagani, come, per esempio, Cicerone (cfr. l'articolo di A. Valvo sulla rivista ‘il Timone’ di febbraio) o Musonio Rufo, oppure Aristotele: «è naturale il giusto che ha dovun­que la stessa validità, e non dipende dal fatto
che venga o non venga riconosciuto» (Etica Nicomachea, 1134b 19-21).

In ambito letterario non ci si può esimere, sempre nel mondo pagano, dal citare almeno l'Antigone di Sofocle. Alla domanda di Creonte, re di Tebe, che le chiede perché abbia trasgredito le leggi della città seppellendo suo fratello (che è morto combattendo contro Tebe) invece che la­sciare che fosse divorato dagli avvoltoi, Antigone risponde che ci sono delle leggi non scritte superiori a quelle di qualsiasi Stato.

In effetti, che gli uomini siano naturalmente capaci di scoprire i principi morali validi ovunque lo testimonia la convergenza, per esempio, del
Decalogo di Mosè e del Codice babilonese di Hammurabi, o la ricorrenza di molti principi morali in culture molto diverse (cinese, indiana, cristiana, I greca, sassone, norvegese, ecc.) che C.S. lewis ha documentato ne L'abolizione dell'uomo.

Ma questa capacità naturale può essere ottenebrata ed atrofizzata, perciò ci possono essere maggioranze o addirittura intere culture incapaci di percepire la legge morale. Ad esempio, il mondo antico pra­ticava la schiavitù senza remore e riserve.

Ciò vuol dire che anche se la maggioranza o un'intera cultura ritiene giusto sterminare un popolo (quello vandeano, quello armeno, quello ebraico, ecc.) o
sopprimere un embrione nel grembo materno (con l'aborto o come conseguenza della fecondazione artificiale) questi atti restano dei malvagi assassinii.

La moralità di un atto non dipende dalla maggioranza e può essere contraria all'opinione del 100 % delle persone. Con buona pace dei sondaggi.

 

 

 

Tratto da: il Timone