Casella di testo:                                  Strategie per promuovere l’eutanasia
                              Intervista alla dottoressa Margaret Somerville di Montreal

MONTREAL, giovedì, 13 luglio 2006 (ZENIT.org). - Nel perseguire la legalizzazione dell’eutanasia vengono usate due strategie: la “ridefinizione” e la “confusione”. Due tattiche che coinvolgono problematiche sociali più ampie, secondo una farmacista, eticista e giurista cattolica.

La dottoressa Margaret Somerville, fondatrice e direttrice del Center for Medicine, Ethics and Law della McGill University di Montreal, è intervenuta ad un recente seminario sulla bioetica organizzato annualmente e sponsorizzato dalla Catholic Organization for Life and Family. Nel seminario si è riflettuto sull’eutanasia e sulle questioni che riguardano lo stadio finale della vita.

In questa intervista rilasciata a ZENIT, la Somerville parla delle questioni etiche attuali e delle loro ampie implicazioni socio-culturali. 
Qual è il motivo delle forti pressioni dirette a ridefinire l’eutanasia, e cosa comporterebbe una tale nuova definizione?

Somerville: Quella della ridefinizione è una strategia particolare che rientra nell’ambito della promozione dell’eutanasia. L’obiettivo è quello di far rientrare l’eutanasia nell’ambito di tutti gli altri interventi sanitari che invece sono accettabili, come quello di consentire la sospensione dei trattamenti che mantengono artificialmente in vita una persona.

I fautori dell’eutanasia utilizzano il termine “morte medico-assistita” - siamo tutti d’accordo di volere le cure di un medico quando siamo in fin di vita - e affermano che il suicidio medico-assistito e l’eutanasia sono solo modalità diverse di un unico insieme di trattamenti. La diffusa espressione “neutrale” è che l’eutanasia è solo un “ultimo atto di una buona cura palliativa”, che suona bene, e molte persone la prendono per un’opzione possibile.

In realtà i fautori dell’eutanasia cercano di fare un unicum tra tutti gli interventi destinati ai pazienti in fin di vita, sostenendo che tutti sarebbero della stessa natura e che si differenzierebbero tra loro solo nel grado d’intervento. Ne consegue che per essere coerenti bisognerebbe accettarli tutti o respingerli tutti. Certo nessuno vuole respingerli tutti - significherebbe ad esempio non poter usufruire delle necessarie cure antidolorifiche - pertanto l’unica opzione sarebbe quella di accettarli tutti.

Chi si oppone a questa logica afferma che l’eutanasia e il suicidio medico-assistito sono diversi in natura e non solo nel grado, rispetto alle altre cure per i pazienti terminali.

Sul perché vi siano queste pressioni, si può dire che da una parte ciò deriva da una convinzione personale nei diritti di autodeterminazione, da un desiderio di controllo, da una reazione dopo aver assistito ad una terribile morte, da molteplici paure e dal tentativo di gestirle, eccetera.

Quali sono le implicazioni di una legalizzazione dell’eutanasia sulla società nel suo complesso?

Somerville: Da un punto di vista più generale della società, si tratta di una battaglia importante. In queste guerre culturali stiamo assistendo ad una battaglia sulla natura stessa del paradigma culturale della società, sulla visione mondiale che governerà nel futuro, sulla scelta dei nuovi valori che dovremmo adottare e degli antichi valori che dovremmo riaffermare.

A mio giudizio esistono tre possibili alternative per questa nuova impostazione mondiale, ciascuna delle quali presenta una relazione molto diversa rispetto alla nuova scienza.

La prima è l’impostazione della “scienza pura”, che ritiene che la scienza sia in grado o sarà in grado di spiegare tutto, compreso quegli aspetti come l’altruismo, la morale, che noi consideriamo come elementi che ci contraddistinguono rispetto agli altri animali e che ci identificano chiaramente come esseri umani.

È un’impostazione che cerca il significato della vita umana principalmente o esclusivamente attraverso la scienza e, similmente, cerca di esercitare un controllo attraverso di essa. In questa impostazione non vi è alcuno spazio ufficiale riservato allo spirito. La morte di ciascuno è un fatto puramente personale che coinvolge valori e preferenze esclusivamente individuali.

Per contro, la seconda impostazione è quella del “mistero puro”, che spesso denigra la scienza ed è espressamente antiscientifica. Essa mantiene una posizione fortemente incentrata sulla sacralità della vita e può essere assimilata al rispetto o alla riverenza per la vita e soprattutto al rispetto e alla riverenza per la morte.

Molti fautori di questa impostazione ritengono ad esempio che ogni trattamento sanitario debba essere portato avanti fino a che non si spenga anche l’ultima fiamma di vita. Si tratta di un’impostazione in cui sarebbe difficile somministrare le necessarie cure antidolorifiche che potrebbero abbreviare la vita.

L’impostazione “scienza-spirito”, la terza, comprende sia lo spirito scientifico che lo spirito umano. Per alcune persone si tratterebbe di una visione espressione della religione, ma essa può essere sostenuta - e per molte persone è effettivamente così - indipendentemente dall’appartenenza ad una religione, almeno in senso confessionale.

Essa riconosce che la vita umana va oltre la sua componente biologica, per quanto meravigliosa questa possa essere. Questa visione globale riserva uno spazio allo spirito umano e alla dimensione secolare sacrale. Soprattutto, è un terreno comune tra tutte le persone che apprezzano il valore etico e morale, a prescindere dall’essere o meno religiosi.

Si tratta di un’impostazione in cui la nostra nuova scienza suscita meraviglia sia rispetto a ciò che conosciamo, sia - e conseguentemente - rispetto a ciò che oggi sappiamo di non conoscere. Essa cerca di dare senso alla realtà attraverso la combinazione delle dimensioni di scienza e di spirito, ed è così in grado di porsi in modo diverso rispetto alle altre due impostazioni.

In che modo la legalizzazione dell’eutanasia potrebbe cambiare il modo di considerare noi stessi e il senso di questa nostra vita umana?

Somerville: Siamo sempre più come prodotti a scadenza. L’atteggiamento di alcuni sostenitori dell’eutanasia è questo: “quando siamo alla fine, la nostra ‘data di scadenza’ deve essere verificata nel modo più celere, economico ed efficace possibile”.

Quali sono gli elementi della cultura in Canada che contribuiscono all’attuale contrasto sulla legalizzazione dell’eutanasia?

Somerville: Ci troviamo in difficoltà per una serie di elementi: l’esclusiva nella ragione, soprattutto nella scienza come unica via della conoscenza; un forte individualismo; la mancanza di una religione condivisa; la secolarizzazione.

Il nostro Parlamento e le nostre alte magistrature sono le nuove grandi cattedrali, mentre i mezzi di comunicazione in generale esprimono apprezzamento per l’eutanasia e disprezzo per chi vi si oppone. Mi soffermo più a lungo su questo punto nel mio libro “Death Talk: The Case against Euthanasia and Physician-Assisted Suicide”.

Quali suggerimenti vorrebbe proporre alla persona laica comune che si confronta con questa questione? Si sentirebbe di invitare le persone a fare una scelta di fondo sulla posizione da adottare rispetto all’eutanasia?

Somerville: Certo. Chiediamoci come vorremmo che i nostri bis-bis-nipoti muoiano se oggi legalizziamo l’eutanasia. È una cosa che incide radicalmente sui valori - soprattutto su quelli concernenti il rispetto della vita - che tramandiamo alle future generazioni.

Per coloro che vogliono prendere posizione contro questa tendenza, dico che occorre portare le nostre ragioni nel mondo. Occorre parlare alle persone che ritengono che possa non essere una cattiva idea, e non limitarci a rassicurarci tra noi sulla nostra corretta posizione contraria, come mi sembra faccia la gran parte dei cristiani contrari all’eutanasia.

Come viene utilizzato invece lo strumento della confusione, nell’ambito della promozione dell’eutanasia?

Somerville: Se la parola “eutanasia” venisse ridefinita per essere assimilata al pari di tutte le altre opzioni per i malati terminali, allora molti penserebbero che tutto - compreso l’eutanasia - debba essere accettato e legalizzato.

Spesso i sondaggi propongono domande alle quali è impossibile dare una risposta chiara. Ad esempio: “Lei è favorevole o contrario all’eutanasia per i malati terminali che soffrono terribilmente?”.

È impossibile rispondere in modo corretto: “Sono favorevole a tutti i trattamenti che possano alleviare il dolore ma contrario all’eutanasia”. La maggior parte delle persone risponderà di essere “favorevole” - e quindi anche favorevole all’eutanasia - perché certamente non vorrà escludere i trattamenti antidolorifici.

Secondo lei quindi è la paura di soffrire che motiva il sostegno all’eutanasia?

Somerville: Sì. Cercare di avere il controllo sulla sofferenza è anche un modo naturale per rispondere ad essa.

Sappiamo che la sofferenza si riduce quando sentiamo di averne il controllo. Per questo cerchiamo meccanismi di riduzione della sofferenza o sistemi di gestione della paura; credo che l’eutanasia venga vista in entrambi i sensi.

Circola liberamente nelle nostre società un forte senso di ansia. Vediamo la morte come la fonte delle nostre paure e cerchiamo di dominare queste paure, cercando di avere il controllo sulla morte. Questa sensazione di avere maggiore controllo ricuce la nostra sofferenza.

Ciò che cerchiamo è di ridurre in tutti i modi possibili la paura della morte, cercando di dare una sensazione di controllo alle persone.

Cosa spinge le persone a prendere in considerazione il suicidio assistito? Il timore del dolore, dell’abbandono e di essere un peso. Talvolta le persone vedono il suicidio medico-assistito come una risposta ragionevole a questi timori.

Altre volte è la depressione. Ma secondo alcuni studi autorevoli, pubblicati sul New England Journal of Medicine, si tratta invece di una condizione che i ricercatori medici hanno definito come mancanza di speranza, l’assenza di prospettive, e che hanno differenziato rispetto alla depressione.

Le persone in fin di vita hanno bisogno di una speranza, di un senso di collegamento con il futuro. Questa sensazione può riguardare anche un futuro molto ravvicinato, come vedere il sole che sorge, o ascoltare il canto degli uccelli che accompagna l’alba del nuovo giorno.

Come ho scritto nel mio libro “The Ethical Canary”: “La speranza è ossigeno per lo spirito umano; senza di essa il nostro spirito (che ha in sé la volontà di vivere) muore”.

© Zenit.org