La tentazione dell’eutanasia di Patrizia Stella

 

Da quando è al governo la sinistra siamo tutti allibiti dalla straordinaria velocità con cui sta mettendo in atto il suo programma: apertura delle carceri a un terzo dei malfattori e dei nostri confini a tutti i clandestini; depenalizzazione della droga e incentivo all’aborto con la pillola RU486; approvazione in sede europea di ogni esperimento su embrioni, calpestando il risultato dell’ultimo referendum; per completare il quadro ecco le prime, subdole proposte per i Pacs e l’eutanasia, presentando il problema, come sempre, ammantato da un falso pietismo, sia nei confronti delle coppie di fatto, sia nei confronti dei malati terminali che dovrebbero avere il diritto di essere assecondati nel loro desiderio di farla finita. 

“Vorrei morire!” “Vorrei farla finita!”. La tentazione della disperazione, del suicidio, del “farla finita” non è solo prerogativa dei malati terminali, ma costituisce una delle tante esperienze dell’esistenza umana, una delle più grosse e insidiose tentazioni, non sempre dovute a sofferenze fisiche ma più spesso morali: ingiuste accuse, tradimenti, fallimenti nel lavoro, nel matrimonio, o nell’educazione dei figli, gravi dissesti economici, ecc. prove comunque alle quali nessuno può sottrarsi del tutto nell’arco di una vita, volenti o nolenti.  Chi può affermare di non avere mai fatto l’esperienza del dolore?  Sarebbe un mostro da cui guardarsi!  La tentazione dell’eutanasia, comunque, è ancora più insidiosa e subdola perché presentata ipocritamente come “libera scelta personale” che non si può negare a chi la chiede, a maggior ragione perché rappresenta la richiesta di un “rimedio” laddove il rimedio non esiste più. 

Quale autorità potrà arrogarsi il diritto di decidere entro quali condizioni o termini la vita di un uomo è degna di essere vissuta, e quale sofferenza è più forte, se quella di un malato terminale o quella interiore, meno visibile ma spesso non meno dura da sopportare?  E per le sofferenze morali non è previsto alcun suicidio legale?    Chi potrà separare i gaudenti dai sofferenti?  

Bisogna portare le risposte fino alle loro estreme conseguenze, ma noi, le vogliamo davvero le risposte?  No! Noi vogliamo solo non soffrire e basta!  Delle risposte non sappiamo che farne.  Se poi queste risposte vengono offerte non dai maghi o dai luminari del mondo ma dalle fonti del Vangelo e della fede cristiana che parlano di senso del dolore e di Vita Eterna con tanto di premio e di castigo… quale indignazione!  La società di oggi, scientifica e laica non ha bisogno di palliativi spirituali perché è pienamente matura e autosufficiente, dicono, per trovare tutti i rimedi alla sofferenza e ad altro, altrimenti è semplice: basta farla finita in nome della legge, e tutto è risolto! Perché non prendere esempio da Nazioni “progredite”, quali l’Olanda che è riuscita a condannare a morte perfino i bambini sofferenti?   

E per provare queste tesi in favore della morte, ecco i soliti bombardamenti mediatici usati per l’aborto, tutti portati all’esasperazione con cifre iperboliche (tanto chi controlla?): migliaia di casi pietosi e strazianti, racconti drammatici, come se l’umanità, da quando esiste l’uomo sulla terra, non avesse mai fatto l’esperienza naturale della nascita e della morte, della gioia e del dolore, e ci trovassimo all’improvviso davanti a un evento del tutto sconosciuto, come una meteora precipitata sulla terra !

Se la vita con i suoi eventi di nascita e morte non è più intesa come un fatto naturale, come un pellegrinaggio verso la Patria del Cielo, nell’incontro con Dio, nostro Padre, pellegrinaggio nel quale gioia e dolore, libertà personale ed eventi esterni si intersecano tracciando la strada unica, irripetibile e meravigliosa di ogni singolo uomo, allora si riduce a puro fatto biologico manipolabile in ogni momento dai potenti di questo mondo.  Allora “il piacere per il piacere” diventa l’unico fattore discriminante.

Fecero questa esperienza anche i coniugi Derek e Anna Humprhry, fondatori di una delle più potenti organizzazioni statunitensi pro eutanasia. Anna che aveva ucciso i suoi genitori malati (non incurabili), assieme al marito Derek, scopre di essere colpita da tumore incurabile. Cerca aiuto nel marito, nel quale invece scopre un nemico terribile da cui guardarsi, come dagli stessi membri del “movimento pro eutanasia” che la allontanano come una lebbrosa. Disperata e piena di rimorsi, cerca aiuto in una sua vecchia amica, Rita, fondatrice, al contrario, dell’Istituto anti-eutanasia “International antieuthanasia task force” confidandole che si sarebbe aspettata che il marito la incoraggiasse e abbracciandola, le dicesse: “Non voglio che tu muoia, ti amo, ti aiuterò a guarire”.  Rita fece l’impossibile per aiutarla, ma Anna, sempre più angosciata e stretta dalla morsa oppressiva del marito, si tolse la vita.   L’eutanasia, sotto un falso pietismo, instaura inevitabilmente un clima diabolico, quello del sospetto, della sfiducia, del tradimento e dell’odio fino alla mattanza. Gli anziani e i malati ricoverati all’ospedale hanno paura di essere eliminati e non guariti!   E’ solo l’amore che fa la differenza, senza l’amore la vita diventa invivibile per tutti, anche per coloro che godono ottima salute.

 

 

 

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