CinEutanasia

Sono di gran moda i film sull'eutanasia. Ma non è una bella morte  di Mariarosa Mancuso

 

Sei il mio angelo custode” mormora Rémy alla tossicomane che gli riempie la flebo con il cocktail fatale. Il morituro sta sulla terrazza di una villa sul lago, dalla finestra assistono la moglie, il figlio, le ex amanti e gli amici, complici e rassegnati dopo la cerimonia degli addii.

La morte arriva, gli spettatori si commuovono. Perlomeno, gli spettatori che non hanno motivo di alzarsi e andarsene infuriati, per lesi principi morali. E assieme alla commozione, arriva un pensierino irriferibile: “Se deve succedere, vorrei che succedesse così”. Prima che l'incurabile malattia faccia scempio del corpo. Dopo aver passato gli ultimi giorni in compagnia, con pranzi a base di tartufo, caviale e vino italiano, fumando cannoni di eroina brown sugar per lenire i dolori. “Le invasioni barbariche” di Denys Arcand è un film del 2003, seconda puntata della soap per intellettuali iniziata nel 1986 con il “Declino dell'impero americano”.

 

Avevamo conosciuto Rémy e i suoi amici in preda alle loro giovanili passioni, e li ritroviamo alle prese con gli acciacchi da ultracinquantenni. Non risultano particolarmente simpatici, né prima né dopo. Per chi ha letto “La versione di Barney”, sono i nemici contro cui Barney Panofsky ha sempre combattuto: canadesi francofoni, con mestieri ben adagiati tra gli aiuti di Stato, politicamente correttissimi. Ma Arcand che li ama li racconta con la stessa ferocia di Mordecai Richler che li odia (cose che succedono quando i registi sono bravi, e l'ideologia non la portano sul set).

Per dire le cose come stanno: nel 2003 neanche c'eravamo accorti che “Le invasioni barbariche” fosse un film sull'eutanasia. Non era ancora uscito “Mare dentro” di Alejandro Amenábar (ancora tutto preso dai fantasmi di “The Others”, nulla faceva pensare a un cambio di rotta verso la morte assistita). E neanche “Million Dollar Baby” di Clint Eastwood, reduce da un trapianto cardiaco in “Debito di sangue”. Sembrava inutile inaugurare una categoria atta a contenere un solo titolo. Oggi, e prima ancora che scoppiasse il caso Terry Schiavo, sembra che i film acchiappatori di Oscar debbano parlare per forza di eutanasia.

 

E se già vi state chiedendo “ma il cinema anticipa i dibattiti morali, oppure va a rimorchio quando sono già esplosi?”, sappiate che la risposta sta nel mezzo. I film vanno per conto loro, e i dibattiti pure. Ma i dibattiti in corso rendono certi film più visibili, quando non ne cambiano la lettura. “Million Dollar Baby” sarebbe potuto essere – in un altro clima, magari con Kerry presidente – semplicemente un film sulla boxe.

Anzi, ferocemente contro la boxe, da usarsi per scatenare l'opinione pubblica contro i ring di ogni ordine e grado. E' diventato invece una bandiera da sventolare contro Bush e chi lo ha votato. Stessa sorte è toccata al “Kinsey” di Bill Condon, promosso a controveleno da spruzzare sui puritani d'America (di suo, non farebbe arrossire neanche un infante). Quando, nel 2002, uscì “The Hours” di Stephen Daldry, a nessuno venne in mente di considerarlo un inno alla morte volontaria: eppure vediamo un suicidio riuscito, un suicidio tentato, un malato di Aids che si butta dalla finestra per finir di soffrire.

Inaugurata la categoria, va detto che ogni regista gira la scena decisiva – letto di dolore, piccolo aiuto, trapasso – a modo suo. Denys Arcand rischia la blasfemia: prende a modello una sacra rappresentazione e chiama angelo custode quello che sarebbe un angelo sterminatore. Morte dolce fino all'inverosimile, roba da far dire (ecco il pensierino irriferibile numero due): “Nel caso, ricordare la ricetta”.

 

“Million dollar baby”, niente a che vedere Alejandro Amenábar racconta la storia vera del tetraplegico Ramon Sampedro prendendosi qualche licenza rispetto alla realtà. E' vero che Ramon si fece aiutare da un'amica, è vero che la sua decisione fu ponderata per quasi trent'anni, è vero che filmò la propria morte.

Ma proprio il filmato dimostra che il trapasso non fu né dolce, né rapido. Rispetto alla famigliona di Arcand, la scena si spopola. Il fratello e la cognata di Ramon (lo hanno curato dopo l'incidente e sono contrari) spariscono. Lui se ne va con la donna che prima aveva cercato di dissuaderlo e ora lo ama tanto da diventare sua complice (rea confessa qualche mese dopo l'uscita del film, ormai il reato era caduto in prescrizione). Restano in due anche in “Million Dollar Baby” (stranamente, non uno straccio di fan va a trovare la pugilessa dopo l'incidente). Maggie ormai senza una gamba, che ha già tentato di suicidarsi mordendosi la lingua – lo rifarà quando le mettono i punti, ma il regista è Eastwood, quindi nessuno lo accusa di violenza eccessiva – e l'allenatore Frankie che non ne ha combinata mai una giusta.
Quindi cerca l'occasione per il riscatto: un'iniezione di adrenalina. Lo fa su richiesta di Maggie, troppo povera e incolta perparlare di dignità. Vuole solo che le siano risparmiate le sofferenze, come si farebbe con un animale ferito. Come il cane che aveva visto pietosamente uccidere da ragazzina.