Miti e distorsioni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

San Francesco è senza dubbio un Santo simpatico, anche presso chi non crede. Proprio perciò le distorsioni sul suo conto non consistono, come per altri Santi o personalità cattoliche, in una denigrazione del suo operato, quanto nel fraintendimento di esso. Ne citiamo alcune fra le più frequenti:

 

Ecologismo animalista?

 

S.Francesco: un ecologista ante litteram?

Alcuni in effetti sottolineano in lui l'amore per la natura (che c'è effettivamente stato) in termini del tutto analoghi a quelli che potrebbe avere un ecologista del XX secolo, intendendo con ciò uno che concepisca la natura ("questa bella d'erbe famiglia e d'animali") come un assoluto, superiore all'uomo e suo orizzonte esauriente, e chiusa in sè stessa.

Ora in Francesco l'amore per la natura è esaurientemente riconducibile al suo amore per Dio, ossia al suo amore per Gesù Cristo, la Presenza eccezionale che si fece incontro a Giovanni e Andrea, a Pietro e ai Dodici.

Il Cantico delle Creature testimonia che Francesco ama la natura solo perché vede in essa un segno della bontà e dello splendore della Presenza del Mistero.

Ma la predica agli uccelli? E il lupo di Gubbio? Anche lì non esiste argomento che possa far pensare che S. Francesco amasse la natura come un assoluto in sè compiuto: infatti agli uccelli egli richiama la lode della Gloria del Mistero, e il lupo di Gubbio viene affrontato senza paura ma in spirito in qualche modo fraterno solo ed esclusivamente in virtù della fede, che fa riconoscere nella natura un segno di Altro.

 

Irenismo sincretista?

 

Un'altro mito, troppo spesso alimentato dai mass-media e da una superficiale divulgazione, riguarda il preteso "pacifismo" del Santo, nel senso di una sostanziale indifferenza al dogma, sacrificato all'idea di una "tollerante" convivenza con qualsiasi fede e cultura.

A conferma di tale "ecumenismo" irenista e sincretista si invoca lo spirito di umiltà del Poverello di Assisi, alieno dalle dispute e propenso alla arrendevolezza. Tanto più che poca importanza diede pure allo studio nella impostazione lasciata ai suoi frati: segno, pensa qualcuno, che non tanto il dogma, non tanto una verità dai contorni definiti, ma la prassi contava ai suoi occhi, per prassi intendendo un atteggiamento etico di accoglienza e di remissività non fondato su alcuna verità.

Che tale interpretazione della figura e del pensiero di S.Francesco sia falsa appare con evidenza dalla grande passione missionaria del Santo di Assisi, che rischiò la vita pur di andare in Oriente a convertire i Saraceni, e svolse presso il "Soldano" ("Saladino") una accorata opera di testimonianza. Se ne può vedere il resoconto nelle prime fonti francescane.

Quello di convertire i mussulmani fu un suo costante pensiero, si potrebbe dire un suo chiodo fisso, che non a caso sarebbe poi rimasto nella storia del francescanesimo, ricco di martiri in terra islamica (si pensi ai martiri francescani in Marocco, nel 1220 e nel 1226). Così non avrebbe fatto se avesse ritenuto inessenziale la verità, l'ontologia, a vantaggio di una "pura prassi" di generosità etica.

Per quanto poi riguarda una apparente trascuratezza dello studio, ciò va inteso altrimenti che come una indifferenza alla verità: prima di tutto si trattava di una sua personale consapevolezza di non essere "portato" a una vocazione intellettuale e non di una sfiducia nei confronti dello studio in quanto tale. In secondo luogo vi era in lui la preoccupazione che un certo modo di intendere lo studio e la vita intellettuale fosse pericoloso per l'umiltà e la semplicità. Ma che lo studio del vero in quanto tale non fosse incompatibile con lo spirito del francescanesimo lo avrebbe dimostrato benissimo un suo fedele discepolo, San Bonaventura.

 

Ascetismo platonico?

 

Vi è anche chi pensa che il santo di Assisi abbia nutrito un (platonico) disprezzo per la corporeità in quanto tale, vista come causa di peccato.

Non per nulla egli parlava del proprio corpo come di "frate asino" e lo sottoponeva a sacrifici e sofferenze di notevole entità, come un suo lunghissimo e severissimo digiuno quaresimale, o come il fatto di dormire sulla nuda terra o sulla pietra.

Significativamente, si fa notare, tra dei suoi discepoli si trova uno Jacopone da Todi, in cui il disprezzo per il corpo è evidente (come nel componimento "O Segnor per cortesia/ manname la malsania", in cui egli chiede di essere colpito da Dio con ogni sorta di malattia).

Senza escludere una qualche forma marginale di "contaminazione" platonica, del resto presente, seppur in misura non determinante in molta cultura agostinista medioevale (vedi Platone e Agostino), a livello di espressione, si può dire che l'esperienza complessiva di S.Francesco è genuinamente cristiana e non ha implicato un disprezzo per la corporeità in quanto tale.

Non dimentichiamo che Francesco è il cantore della Gloria di Dio che si manifesta attraverso la materialità del creato: il sole, la luna, le stelle, l'aria e le nuvole, il vento, i fiori e l'erba (si veda il già citato Cantico delle Creature).

Ma anche nei confronti del proprio corpo non vi è disprezzo, ma spirito di penitenza. Sono due cose diverse: Francesco non macera il proprio corpo perché cattivo, ma a) per penitenza dei propri peccati, che hanno come radice l'orgoglio, la superbia, e non l'attaccamento al piacere, e b) perché il corpo può, se assecondato troppo, diventare occasione di peccato, un peccato che resta comunque secondario rispetto a quello "spirituale".

Che Francesco non disprezzasse il corpo in quanto tale appare ad esempio dall'episodio in cui, essendo ormai imminente la sua morte, egli chiese a una signora di preparargli dei dolci che gli piacevano molto.

Quanto a Jacopone, in lui si trovano, è vero, degli accenti di un ascetismo esasperato, condizionato fortemente da un atteggiamento platonico. Tuttavia anche Jacopone era consapevole che da un lato una pura ascesi corporale non è il fattore determinante per la salvezza, ma al contrario, se non è strumento di uno spirito umile, rischia di insuperbire (vi è una sua lauda contro una suora, insuperbitasi per il rigore della sua ascesi), e d'altro lato ciò che gli interessa supremamente è comunque l'affezione a Cristo (si veda la lauda "O dolze Amore"), e non una perfezione ascetica, che liberi dalla materia.

 

Tratto da: culturacristiana.net